L'impatto ambientale della moda: il divario tra fast e slow fashion

La seconda decade degli anni 2000 ha messo più che mai la popolazione mondiale di fronte agli effetti del cambiamento climatico, un problema che non si è rivelato più soltanto come una prospettiva per il futuro ma come una preoccupante realtà manifesta nel presente, alla quale occorre tentare di porre rimedio al più presto. Il cambiamento climatico e l’esauribilità delle risorse naturali sono diventati temi di grande attualità con colpevole ritardo da parte delle istituzioni ma anche da parte dei cittadini, primi responsabili dell’impatto ambientale di ogni singola scelta di consumo.
Ciascuno deve fare la propria parte ed è necessario individuare le criticità presenti nel quotidiano delle persone ma anche quelle presenti a livello macro, a livello industriale, lavorando su ogni potenziale fonte di inquinamento e di spreco.

 

L’impatto ambientale della moda

Un’industria che incide fortemente sull’impatto ambientale sia dei consumatori che dei produttori è senz’altro quella della moda, capace di muovere da sola più di 2,5 migliaia di miliardi di dollari in tutto il mondo, pari al PIL della Francia. I dati che raccontano quanto questo settore ricopra un ruolo predominante nello spreco delle risorse naturali e nella contaminazione dell’ambiente sono tanto allarmanti quanto sconosciuti ai più, anche se, in molti casi, complicati da verificare.

impatto ambientale della moda: il divario tra fast e slow fashion.

Fast fashion

La tendenza sempre crescente all’acquisto sconsiderato e spesso anche inutile di capi d’abbigliamento ha preso totale sopravvento su un consumo più consapevole, riempiendo armadi di t-shirt e pantaloni che a volte non vengono neanche indossati o che dopo poche settimane vengono sostituiti. Il fenomeno che ha condotto a questo consumismo sfrenato prende il nome di fast fashion, o moda veloce, definizione che ha origine negli anni ’90, usata la prima volta per descrivere il modello di business di Zara; un modello che sposta la responsabilità in maggior misura sulle case di moda che in questo modo incentivano una produzione sempre più smodata e una conseguente educazione del consumatore sempre più malata. Basti pensare che le vendite nel settore abbigliamento sono cresciute del 400% negli ultimi vent’anni, con una media a persona del 60% in più, e al contempo si è più che dimezzata la vita di ogni vestito; le stime ci raccontano di una tendenza in continua evoluzione con un’ulteriore crescita del fabbisogno di indumenti del 30% entro il 2030. Il fast fashion è un modello che accelera la produzione di abbigliamento a tal punto da essere sempre aggiornata alle più recenti tendenze della moda, trasformando in poche settimane l’idea di un designer in un articolo disponibile nei negozi. Rispetto alle classiche collezioni “primavera-estate” e “autunno-inverno”, la corsa al fast fashion arriva a produrre da una decina di collezioni fino a 52 micro-stagioni l’anno, quasi una a settimana, con un aumento esponenziale della produzione tessile, una notevole diminuzione di prezzi e, soprattutto, una minore consapevolezza da parte del consumatore, preda dello shopping compulsivo di capi d’abbigliamento molto economici ma di scarsissima qualità. Si stima che ogni secondo l’equivalente di un intero camion di tessuti finisca nella spazzatura e che circa la metà della produzione fast fashion venga buttata entro un anno di vita, in una tendenza all’usa e getta evidentemente poco sostenibile, inquinante e di conseguenza dannosa: un prezzo bassissimo per i consumatori e i loro outfit ma altissimo per il pianeta.

impatto ambientale della moda: il divario tra fast e slow fashion.

Un po’ di dati

Non è un caso quindi che diverse aziende di moda di largo consumo abbiano avviato, da anni ormai, progetti di ecosostenibilità e riciclo, a volte funzionali e produttivi, a volte puro green-washing: una patina eco-friendly utile a spazzare la polvere sotto il tappeto e a coprire una realtà assai più allarmante. Il WWF nel suo rating dell’industria tessile stima che più di metà delle aziende di questo settore non abbia adottato alcun vero progetto green, nonostante i dati e le stime che circolano in rete e presentati dagli studi di settore siano tanti e sufficientemente preoccupanti da poter risvegliare qualche coscienza; dati spesso molto incerti e difficilmente verificabili, come denuncia l’esperta di moda sostenibile Alden Wicker in un approfondimento su Vox relativo alla disinformazione che domina il dibattito moda-ambiente.

Vale comunque la pena passare in rassegna gli argomenti che più caratterizzano la narrazione dell’impatto ambientale della moda, cifre e stime spaventose che dovrebbero far riflettere ciascun individuo sul segno che la propria esistenza e le proprie scelte lasciano sul futuro di tutti.

  • L’industria tessile rappresenta la seconda industria più inquinante del mondo, seconda soltanto a quella petrolifera.
  • Le emissioni di CO2 prodotte dall’industria della moda rappresentano il 10% delle emissioni globali e si stima che aumenteranno del 60% nei prossimi dieci anni.
  • Per la fabbricazione di una singola t-shirt servono 700 litri d’acqua, pari al fabbisogno di acqua di una persona per tre anni. Infatti il 20% dello spreco globale d’acqua è da attribuire al settore fashion così come il 20% dell’inquinamento delle risorse idriche mondiali.
  • Le coltivazioni di cotone utilizzano un quarto dei pesticidi prodotti nel mondo, oltre a richiedere enormi quantità d’acqua. Il cotone si trova nel 40% degli indumenti.
  • Il 72% dell’abbigliamento è composto da fibre sintetiche, come poliestere e nylon, la cui produzione produce ossido di azoto, uno dei gas serra più dannoso. Il continuo lavaggio di vestiti in fibre sintetiche diffonde nei sistemi idrici innumerevoli micro-plastiche, a tal punto che esse cominciano a essere presenti addirittura nella catena alimentare.
  • La produzione di capi d’abbigliamento richiede enormi quantità di petrolio grezzo, carbone e combustibili fossili per produrre le fibre sintetiche e per alimentare le fabbriche tessili.
  • Secondo una stima delle Nazioni Unite, l’85% dei vestiti prodotti finisce in discarica e solo l’1% viene riciclato, senza contare i circa 80 miliardi di abiti scartati ogni anno per difetti di fabbricazione.
impatto ambientale della moda: il divario tra fast e slow fashion.

Cosa fare?

Quali sono, dunque, le azioni di responsabilità che ciascun consumatore può mettere in pratica nel proprio quotidiano per contribuire a ridurre l’impatto ambientale della moda? La ricerca di materiali a basso impatto ambientale è sicuramente un ottimo punto di partenza, evitando così fibre sintetiche e materie plastiche attraverso la buona abitudine di leggere l’etichetta prima di acquistare. Risulta inoltre necessario allungare la vita media dei capi d’abbigliamento, utilizzandoli per un tempo maggiore, aggiustandoli se rovinati o re-inventandoli: con questa slow fashion si diminuirebbe gradualmente la velocità di creazione e produzione del settore moda, innalzando gli standard di qualità del prodotto, dell’industria e delle condizioni dei lavoratori. Slow fashion significa però anche economia circolare, riciclo, mercatini dell’usato e vestiti di seconda mano.
Piccoli gesti che possono davvero cambiare il mondo.

Daniele Pilato

Greenflea è il mercatino dell’usato digitale che pianta alberi. Il nostro scopo è quello di creare una comunità responsabile di persone che scambiano, cedono o vendono oggetti di seconda mano per ridurre l’impronta ambientale di ciascuno di noi, rinsaldare la solidarietà delle comunità locali e risparmiare su costi inutili.

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L'impatto ambientale della moda: il divario tra fast e slow fashion

La seconda decade degli anni 2000 ha messo più che mai la popolazione mondiale di fronte agli effetti del cambiamento climatico, un problema che non si è rivelato più soltanto come una prospettiva per il futuro ma come una preoccupante realtà manifesta nel presente, alla quale occorre tentare di porre rimedio al più presto. Il cambiamento climatico e l’esauribilità delle risorse naturali sono diventati temi di grande attualità con colpevole ritardo da parte delle istituzioni ma anche da parte dei cittadini, primi responsabili dell’impatto ambientale di ogni singola scelta di consumo.
Ciascuno deve fare la propria parte ed è necessario individuare le criticità presenti nel quotidiano delle persone ma anche quelle presenti a livello macro, a livello industriale, lavorando su ogni potenziale fonte di inquinamento e di spreco. Un’industria che incide fortemente sull’impatto ambientale sia dei consumatori che dei produttori è senz’altro quella della moda, capace di muovere da sola più di 2,5 migliaia di miliardi di dollari in tutto il mondo, pari al PIL della Francia. I dati che raccontano quanto questo settore ricopra un ruolo predominante nello spreco delle risorse naturali e nella contaminazione dell’ambiente sono tanto allarmanti quanto sconosciuti ai più, anche se, in molti casi, complicati da verificare.

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Fast fashion

La tendenza sempre crescente all’acquisto sconsiderato e spesso anche inutile di capi d’abbigliamento ha preso totale sopravvento su un consumo più consapevole, riempiendo armadi di t-shirt e pantaloni che a volte non vengono neanche indossati o che dopo poche settimane vengono sostituiti. Il fenomeno che ha condotto a questo consumismo sfrenato prende il nome di fast fashion, o moda veloce, definizione che ha origine negli anni ’90, usata la prima volta per descrivere il modello di business di Zara; un modello che sposta la responsabilità in maggior misura sulle case di moda che in questo modo incentivano una produzione sempre più smodata e una conseguente educazione del consumatore sempre più malata. Basti pensare che le vendite nel settore abbigliamento sono cresciute del 400% negli ultimi vent’anni, con una media a persona del 60% in più, e al contempo si è più che dimezzata la vita di ogni vestito; le stime ci raccontano di una tendenza in continua evoluzione con un’ulteriore crescita del fabbisogno di indumenti del 30% entro il 2030. Il fast fashion è un modello che accelera la produzione di abbigliamento a tal punto da essere sempre aggiornata alle più recenti tendenze della moda, trasformando in poche settimane l’idea di un designer in un articolo disponibile nei negozi. Rispetto alle classiche collezioni “primavera-estate” e “autunno-inverno”, la corsa al fast fashion arriva a produrre da una decina di collezioni fino a 52 micro-stagioni l’anno, quasi una a settimana, con un aumento esponenziale della produzione tessile, una notevole diminuzione di prezzi e, soprattutto, una minore consapevolezza da parte del consumatore, preda dello shopping compulsivo di capi d’abbigliamento molto economici ma di scarsissima qualità. Si stima che ogni secondo l’equivalente di un intero camion di tessuti finisca nella spazzatura e che circa la metà della produzione fast fashion venga buttata entro un anno di vita, in una tendenza all’usa e getta evidentemente poco sostenibile, inquinante e di conseguenza dannosa: un prezzo bassissimo per i consumatori e i loro outfit ma altissimo per il pianeta.

impatto ambientale della moda: il divario tra fast e slow fashion.

Un po’ di dati

Non è un caso quindi che diverse aziende di moda di largo consumo abbiano avviato, da anni ormai, progetti di ecosostenibilità e riciclo, a volte funzionali e produttivi, a volte puro green-washing: una patina eco-friendly utile a spazzare la polvere sotto il tappeto e a coprire una realtà assai più allarmante. Il WWF nel suo rating dell’industria tessile stima che più di metà delle aziende di questo settore non abbia adottato alcun vero progetto green, nonostante i dati e le stime che circolano in rete e presentati dagli studi di settore siano tanti e sufficientemente preoccupanti da poter risvegliare qualche coscienza; dati spesso molto incerti e difficilmente verificabili, come denuncia l’esperta di moda sostenibile Alden Wicker in un approfondimento su Vox relativo alla disinformazione che domina il dibattito moda-ambiente.

Vale comunque la pena passare in rassegna gli argomenti che più caratterizzano la narrazione dell’impatto ambientale della moda, cifre e stime spaventose che dovrebbero far riflettere ciascun individuo sul segno che la propria esistenza e le proprie scelte lasciano sul futuro di tutti.

  • L’industria tessile rappresenta la seconda industria più inquinante del mondo, seconda soltanto a quella petrolifera.
  • Le emissioni di CO2 prodotte dall’industria della moda rappresentano il 10% delle emissioni globali e si stima che aumenteranno del 60% nei prossimi dieci anni.
  • Per la fabbricazione di una singola t-shirt servono 700 litri d’acqua, pari al fabbisogno di acqua di una persona per tre anni. Infatti il 20% dello spreco globale d’acqua è da attribuire al settore fashion così come il 20% dell’inquinamento delle risorse idriche mondiali.
  • Le coltivazioni di cotone utilizzano un quarto dei pesticidi prodotti nel mondo, oltre a richiedere enormi quantità d’acqua. Il cotone si trova nel 40% degli indumenti.
  • Il 72% dell’abbigliamento è composto da fibre sintetiche, come poliestere e nylon, la cui produzione produce ossido di azoto, uno dei gas serra più dannoso. Il continuo lavaggio di vestiti in fibre sintetiche diffonde nei sistemi idrici innumerevoli micro-plastiche, a tal punto che esse cominciano a essere presenti addirittura nella catena alimentare.
  • La produzione di capi d’abbigliamento richiede enormi quantità di petrolio grezzo, carbone e combustibili fossili per produrre le fibre sintetiche e per alimentare le fabbriche tessili.
  • Secondo una stima delle Nazioni Unite, l’85% dei vestiti prodotti finisce in discarica e solo l’1% viene riciclato, senza contare i circa 80 miliardi di abiti scartati ogni anno per difetti di fabbricazione.
impatto ambientale della moda: il divario tra fast e slow fashion.

Cosa fare?

Quali sono, dunque, le azioni di responsabilità che ciascun consumatore può mettere in pratica nel proprio quotidiano per contribuire a ridurre l’impatto ambientale della moda? La ricerca di materiali a basso impatto ambientale è sicuramente un ottimo punto di partenza, evitando così fibre sintetiche e materie plastiche attraverso la buona abitudine di leggere l’etichetta prima di acquistare. Risulta inoltre necessario allungare la vita media dei capi d’abbigliamento, utilizzandoli per un tempo maggiore, aggiustandoli se rovinati o re-inventandoli: con questa slow fashion si diminuirebbe gradualmente la velocità di creazione e produzione del settore moda, innalzando gli standard di qualità del prodotto, dell’industria e delle condizioni dei lavoratori. Slow fashion significa però anche economia circolare, riciclo, mercatini dell’usato e vestiti di seconda mano.
Piccoli gesti che possono davvero cambiare il mondo.

Daniele Pilato

Greenflea è il mercatino dell’usato digitale che pianta alberi. Il nostro scopo è quello di creare una comunità responsabile di persone che scambiano, cedono o vendono oggetti di seconda mano per ridurre l’impronta ambientale di ciascuno di noi, rinsaldare la solidarietà delle comunità locali e risparmiare su costi inutili.

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